Carbon farming: prospettive e contributo delle innovazioni digitali

Il 19 novembre 2024, il Consiglio dell’Unione europea ha approvato un Regolamento che istituisce il primo quadro di certificazione a livello di UE per gli assorbimenti permanenti di carbonio, la “carboniocoltura” – meglio nota come carbon farminge lo stoccaggio del carbonio nei prodotti, riconoscendo il ruolo chiave dell’agricoltura nella lotta al cambiamento climatico attraverso il carbon farming.

Di seguito approfondiamo, insieme al significato di carbon farming, il livello di diffusione di questa pratica e le sue implicazioni per il settore agricolo.

Che cosa si intende per carbon farming

Il carbon farming rappresenta un insieme di pratiche che mirano a mitigare l’impatto climatico delle attività legate al settore agricolo e a promuovere la salute del suolo, fattore essenziale per la produttività delle colture. Vi sono diverse definizioni di carbon farming, che si focalizzano sulle pratiche in campo e/o i modelli di impresa che si possono sviluppare per gli agricoltori. Tra le pratiche vengono menzionate: la rimozione del carbonio, la prevenzione della perdita del carbonio già immagazzinato e la riduzione delle emissioni.

Le diverse definizioni hanno un impatto sulla diffusione delle pratiche: mentre in Nord America e Asia, infatti, sono particolarmente diffuse le pratiche basate sulla riduzione delle emissioni (come gli impianti di digestione anaerobica negli allevamenti o le attività che migliorano la gestione delle risorse idriche in campo), in Europa l’UE è maggiormente focalizzata sulle pratiche di sequestro del carbonio, identificate come prioritarie per il raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica entro il 2050, mentre sta ancora valutando la possibile inclusione delle azioni per la riduzione delle emissioni.

Diffusione del carbon farming: la ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood

Per comprendere come si sta sviluppando il carbon farming a livello internazionale, l’Osservatorio Smart AgriFood ha condotto nel 2024 un’analisi approfondita sullo stato dell’arte del fenomeno a livello globale, censendo 435 progetti nel settore agroalimentare.

Dalle analisi dei progetti internazionali di carbon farming nel comparto agroalimentare emerge una distribuzione eterogenea: il 39% si concentra in Nord America, il 33% in Asia e il 18% in Europa, mentre il restante 10% in Centro-Sud America, Africa e Oceania. Probabilmente questa eterogeneità a livello geografico è dovuta ai diversi approcci normativi adottati nei vari contesti: in Nord America, in particolare negli Stati Uniti, e in Asia, con la Cina in prima linea, il carbon farming sembrerebbe svilupparsi in un contesto ancora privo di regolamentazioni strutturate, permettendo una rapida espansione dei progetti senza vincoli normativi stringenti. Al contrario, l’Unione Europea pare adottare un approccio più prudente, cercando di definire un quadro normativo chiaro che consenta di valutare con precisione l’impatto delle pratiche di carbon farming sulle attività agricole e il loro effettivo potenziale economico e ambientale. L’implementazione di alcune pratiche di carbon farming, infatti, può richiedere investimenti iniziali elevati (soprattutto legati a strumenti di monitoraggio, che possono essere costosi e complessi) e potrebbe richiedere una riduzione della produzione agricola nel breve periodo, influenzando la redditività delle aziende agricole. L’approccio normativo europeo, se da un lato garantisce maggiore trasparenza e sostenibilità a lungo termine, dall’altro potrebbe rallentare la diffusione delle iniziative di carbon farming, mentre nei mercati meno regolamentati si assiste a una crescita più rapida.

I progetti di carbon farming censiti in Unione europea, inoltre, sono caratterizzati da obiettivi legati principalmente all’innovazione e alla ricerca di nuovi strumenti (non solo digitali, ma anche biotecnologici e di ingegneria genetica), delle pratiche applicate in campo e dei modelli di impresa percorribili dalle aziende agricole, dai consorzi o dalle imprese della trasformazione agroalimentare. Per il momento, l’attenzione non è rivolta strettamente alla generazione di crediti di carbonio, ma a rendere le pratiche di carbon farming più sicure e affidabili. Non per caso attualmente non sono i Paesi europei, ma è la Cina a coprire il ruolo di leader mondiale nella concessione di crediti di carbonio (43%), seguita dagli Stati Uniti (40%).

I settori più coinvolti sono la zootecnia, in particolare il comparto lattiero-caseario e della carne, seguiti dalle colture cerealicole. Tra le pratiche più diffuse figurano la digestione anaerobica per la produzione di biogas e biometano e la gestione integrata del bestiame. In aggiunta, mentre in molte regioni extraeuropee la vendita di crediti di carbonio generati dalla riduzione delle emissioni zootecniche è una realtà consolidata, l’Unione europea sta ancora valutando la possibilità di includere le attività di riduzione delle emissioni del bestiame nel proprio sistema di crediti.

Opportunità e criticità del carbon farming e il ruolo delle innovazioni digitali

Quali sono le opportunità del carbon farming, in termini economici, per gli agricoltori? Al di là dei progetti a oggi esistenti, è possibile affermare che le pratiche di carbon farming siano realmente una fonte di reddito aggiuntiva per gli agricoltori?

Oltre ai benefici ambientali, alcune fonti (tra cui la Commissione europea stessa) indicano che il carbon farming può trasformarsi in un’opportunità economica per gli agricoltori, grazie alla possibilità di ottenere compensi per la loro partecipazione a progetti che implementano tali pratiche. Il meccanismo di finanziamento può avvenire tramite fondi pubblici, investimenti privati o la vendita di crediti di carbonio sui mercati volontari.

Tuttavia, ci sono alcune complessità da considerare. Per esempio, uno degli aspetti più critici del mercato dei crediti di carbonio in agricoltura è la forte variabilità del loro valore, che – secondo quanto rilevato dall’Osservatorio – nel 2024 ha oscillato tra valori medi di 7 e 55 dollari per credito, a seconda della qualità dei progetti e delle dinamiche di mercato. Il valore più basso fa riferimento al valore medio reperito su fonti pubbliche, mentre il secondo valore è il risultato della media dei valori dei crediti scambiati in contrattazioni private. Questa fluttuazione rende difficile stimare con precisione i reali benefici economici per gli agricoltori.

Oltre alla volatilità dei prezzi, il mercato dei crediti di carbonio agricolo presenta altre criticità, come la variabilità climatica, che influisce sulla capacità di sequestro del carbonio, la difficoltà di misurazione del carbonio sequestrato, che richiede strumenti avanzati e costosi, e i costi di verifica, che possono ridurre la redditività delle attività di carbon farming. Anche a livello normativo l’UE ha cominciato a muoversi nella direzione di rendere il monitoraggio delle attività più preciso e sicuro. Il Regolamento, infatti, incoraggia anche l’uso delle tecnologie digitali disponibili, come banche dati elettroniche, sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale, il telerilevamento e soluzioni per la quantificazione del carbonio.

In questo scenario, dunque, le innovazioni digitali e l’Agricoltura 4.0 possono svolgere un ruolo chiave, supportando le attività di carbon farming, migliorando l’efficienza delle operazioni e riducendone costi e rischi. Ne sono consapevoli le startup che, a livello globale, stanno emergendo come attori fondamentali, soprattutto nel monitoraggio e verifica del carbonio stoccato, oltre alla gestione delle transazioni dei crediti di carbonio. Secondo l’analisi dell’Osservatorio, le startup con offerta digitale attive sul tema del carbon farming stanno crescendo rapidamente. Oggi, tali realtà sono il 5% del totale delle startup globali smart agrifood (1285 startup censite nel 2024), e raccolgono 443 milioni di dollari (il 5% del totale dei finanziamenti). Si tratta di una quota che cresce più velocemente rispetto a startup e investimenti appartenenti a settori tradizionali per lo smart agrifood, come la tracciabilità. Tra le soluzioni maggiormente proposte da queste startup ci sono quelle di analisi dei dati e Big Data (45%), i sistemi di mappatura basati su immagini e dati satellitari (40%) e le soluzioni basate sull’Intelligenza Artificiale e Machine Learning (25%), per garantire misurazioni precise ed efficienti del carbonio presente nei suoli.

L’evoluzione del carbon farming in Europa dipenderà in larga misura dagli sviluppi normativi e dalla capacità di implementare sistemi di monitoraggio affidabili e trasparenti. Con l’adozione del nuovo quadro di certificazione UE, il carbon farming si appresta a diventare uno strumento rilevante nella strategia europea per la neutralità climatica, con un potenziale impatto positivo sia sull’ambiente sia sulla competitività del settore agricolo.

A cura di

Chiara Corbo

Chiara Corbo

Direttrice

Direttrice degli Osservatori Smart AgriFood e Food Sustainability del Politecnico di Milano. Laureata con il massimo dei voti in Economia Aziendale, ha conseguito nel 2014 il Dottorato in “Agrisystem”, la Scuola di Dottorato sul sistema agroalimentare dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Svolge dal 2010 ricerca sui temi della qualità, tracciabilità e sostenibilità delle produzioni agroalimentari. Ha collaborato con società di consulenza e istituti di ricerca in Italia e all’estero. Su questi temi è autrice di pubblicazioni accademiche e divulgative.

Cosimo Pacciani

Cosimo Pacciani

Smart AgriFood

Laureato in Economia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dal 2022 lavora presso l’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano come analista, svolgendo ricerca sulla digitalizzazione del settore agroalimentare, in particolare sui temi relativi all’Agricoltura 4.0 e all’impatto delle tecnologie digitali sul carbon farming e le agroenergie.

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